La crisi mondiale legata al Covid-19 del 2020 ha favorito una rapida trasformazione del modo di lavorare, accelerando la diffusione dello smart working. Il lavoro a distanza è così diventato una componente strutturale della società, ridefinendo le relazioni tra lavoro e vita privata, tra spazi fisici e digitali, tra periodi di attività e di riposo, riducendo parallelamente i tempi e i costi degli spostamenti. Secondo il Censimento permanente Istat del 2023, poco meno di 3,4 milioni di occupati (il 13,8% del totale) hanno sperimentato una qualche forma di lavoro da remoto nelle quattro settimane precedenti la data della rilevazione (1° ottobre 2023). Più nel dettaglio, circa 1.436mila (5,9%) hanno svolto la propria attività da casa almeno la metà dei giorni lavorativi, mentre i restanti 1.933mila (7,9%) hanno adottato tale modalità in misura più limitata. Si tratta di un risultato difficilmente ipotizzabile prima dell’emergenza sanitaria: nel 2018 e nel 2019, in base ai dati dell’Indagine Istat sulle Forze di Lavoro, la quota di smart workers e telelavoristi era appena del 4,8%. Lazio e Lombardia guidano la graduatoria dello smart working: a Milano lavora da remoto il 38,3% degli occupati, mentre a Roma la quota sfiora il 30%.
Tra i Neet, sei giovani su dieci cercano lavoro ma non lo trovano
Secondo il Rapporto annuale ISTAT nel 2025 i NEET (Not in Education, Employment or Training), ovvero quei ragazzi tra i 15 e i 29 anni che non studiano, non lavorano e non sono inseriti in percorsi di formazione rappresentano il 13,3% della popolazione di riferimento....








